TRIBUTO

Alessandro Michele ricorda Valentino Garavani. E quell'abito “divino” creato per Audrey Hepburn

Direttore creativo della maison Valentino dal marzo 2024, Alessandro Michele riflette sull'eredità del fondatore. Simboleggiata da un abito così perfetto da non sembrare realizzato da mani umane
alessandro michele valentino garavani
Photo: Getty Images

Alessandro Michele ricorda Valentino Garavani: «Per me, era quasi una figura mitica»

Ho sempre immaginato Valentino Garavani come una presenza costante. Lo vedevo nei suoi luoghi, nella sua casa, anche se in realtà non ho mai avuto un vero rapporto con lui né lavorato al suo fianco. Sono stato il primo vero outsider ad attraversare la soglia della sua maison, della sua stessa casa.

Ci siamo incontrati e parlati solo poche volte. Una di queste, molti anni fa, è stata in occasione di una premiazione. Ero in piedi a chiacchierare con Lana Del Rey, insieme ad altre persone, quando lui si è presentato nel modo più gentile possibile. C’era anche Giancarlo Giammetti. Incontrarlo mi ha colpito profondamente. Per me, era quasi una figura mitica. La sua dolcezza mi ha impressionato in modo intenso. Aveva un sorriso quasi timido, come quello di un bambino. Doveva essere intorno al 2018. Abbiamo scambiato solo poche parole e ci siamo stretti la mano.

Alessandro Michele: «Valentino Garavani ha rivelato al mondo lo splendore della visione italiana della bellezza»

Esiste un'unica fotografia che ci ritrae insieme. L’ho condivisa su Instagram, anche se non amo pubblicare foto con altre persone. Non sono il tipo che commemora i lutti su Instagram, come è ormai consuetudine, e questa è stata la prima volta. Ma pensavo di doverglielo e ritengo che, sebbene in realtà non ci conoscessimo, gli avrebbe fatto piacere sapere che gli ho reso omaggio. È stato una figura immensa, un uomo che ha compiuto cose straordinarie. È entrato a far parte della mitologia italiana, e non solo italiana.

Credo che abbia raccontato al mondo come gli italiani siano magnifici incantatori di serpenti, capaci di tessere veri e propri sortilegi. Lui stesso ha creato un incantesimo magnifico, rivelando lo splendore della nostra visione italiana della bellezza: il gusto squisito, la bellezza delle sue case, gli oggetti magnifici e rari di cui si circondava. Attraverso il suo lavoro, l’Italia è diventata una fonte di meraviglia e ammirazione nella percezione globale della bellezza.

Quattro look della sfilata Valentino primavera estate 2026 di Alessandro Michele.

Quattro look della sfilata Valentino primavera estate 2026 di Alessandro Michele.

Photographed by Acielle / Style Du Monde

«Ha dato forma precisa a un’idea di bellezza che ha definito un’epoca, celebrando la femminilità e recuperando codici radicati nel “classicismo” hollywoodiano»

Valentino appartiene a quel pantheon di grandi figure italiane plasmate da quello che, per il nostro Paese, è stato uno straordinario momento di creatività. Attraverso la moda, ha raggiunto ciò che forse l’arte, in quegli anni, non è riuscita a compiere. Lui e Giorgio Armani sono stati dei giganti. Senza di loro, noi non esisteremmo. Mi inchino davanti a ciò che hanno costruito e a ciò che ci hanno lasciato.

Sebbene la nostra conoscenza reciproca sia stata fugace, oggi abito nella sua casa e, attraverso di essa, ho imparato a conoscerlo più profondamente, grazie alle tracce che ha lasciato e ai racconti di chi lavora ancora qui e di chi ha lavorato con lui in passato. Dal primo istante in cui ho varcato la soglia del suo ufficio e dell’archivio, ho avvertito un senso di incanto. Nel mio ufficio conservo alcuni bellissimi oggetti che un tempo gli appartenevano, tra cui due rare potiche cinesi. Grande collezionista d’arte dal gusto straordinario, ha saputo collocare la sensibilità italiana su un palcoscenico magnifico.

Ha dato forma precisa a un’idea di bellezza che ha definito un’epoca, celebrando la femminilità e recuperando codici radicati nel “classicismo” hollywoodiano. Possedeva un tocco straordinario e credo che immaginasse le donne come delle dee. Ha realizzato cose eccezionali ed è uno dei pochissimi, insieme ad Armani, ad aver mantenuto una straordinaria integrità creativa per un così lungo periodo di tempo. Hanno attraversato profondi cambiamenti nei costumi, nella cultura e nella società. Entrambi lasciano un’eredità immensa e un’assenza altrettanto incolmabile. Sono padri fondatori, legati ai grandi archetipi della bellezza. La loro memoria va custodita con gratitudine e rispetto.

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Un look fotografato nel backstage della sfilata di debutto di Alessandro Michele per Valentino (primavera estate 2025).

Photographed by Acielle / Style Du Monde

Valentino ha vestito le donne più belle che si possano immaginare: l’intera aristocrazia e tutto il cinema, Roma e Hollywood comprese, come se l’una fosse semplicemente un’estensione dell’altra. Tra i tanti pezzi meravigliosi conservati nell’archivio, tutti ancora dotati di una presenza viva e di un’aura potentissima, mi sono sentito completamente sedotto da un abito custodito all’interno di un cassetto, come una reliquia. Sembrava davvero di trovarsi davanti a qualcosa che un tempo poteva essere appartenuto a una santa.

«È un vestito talmente sofisticato da far sospettare un discreto intervento divino»

Era un abito creato per Audrey Hepburn, una cliente di Valentino che avrei tanto voluto conoscere. Per me, ha sempre incarnato una combinazione rarissima di delicatezza, eleganza e intelligenza. Credo che Valentino abbia realizzato questo capo per uno dei balli dei Rothschild: un abito slanciato dei primi anni Settanta, interamente ricoperto di cristalli, con maniche aderenti a forma di papavero. Di dimensioni contenute ma monumentale nell’esecuzione, è delicato, preciso e interamente cucito a mano con una maestria assoluta.

Valentino aveva la rara capacità di modellare gli abiti sui corpi delle donne con una perfezione millimetrica. Il colore è di una preziosità squisita, una composizione luminosa di cristalli dalla raffinata chiarezza vitrea. È un vestito talmente sofisticato da sembrare quasi realizzato da mani non umane, come se non appartenesse del tutto a questo mondo. Si ha piuttosto il sospetto di un discreto intervento divino. Guardarlo è quasi come incontrare Audrey Hepburn in persona: la sua aura è ancora vivissima e, per un istante, sembra davvero che sia appena entrata nella stanza.

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Un look dalla prima sfilata Haute Couture di Alessandro Michele per Valentino (primavera estate 2025).

Photo: Alessandro Lucioni / Gorunway.com

Pochi istanti prima della sfilata Valentino Haute Couture primavera estate 2026, la Maison ha diffuso una lettera scritta da Alessandro Michele e dedicata a Valentino Garavani

La notizia della morte di Valentino Garavani è arrivata a pochi giorni dallo show di Haute Couture, quando le note della press release erano già andate in stampa e il lavoro era entrato in una fase talmente avanzata da risultare irreversibile.

Sento tuttavia la responsabilità di una presa di parola che nasce dal riconoscimento di un debito. Ciò che oggi stiamo facendo accade dentro una storia che ci precede, dentro una casa già abitata, carica di tracce e di gesti. È orientato da una presenza luminosa che ha scolpito uno spazio di visioni creative capaci di diventare riferimento e orizzonte per tutti quelli che lavorano nel mondo della moda.

Lavorare all’interno di questo spazio significa accettarne il peso e la grazia. Significa riconoscere che ogni forma esiste solo nella relazione con ciò che l’ha resa possibile, e che ogni atto creativo è anche un atto di custodia. È in questa postura che l’eredità di Valentino Garavani si manifesta: non solo come un repertorio straordinario di immagini e di soluzioni formali, ma come un’etica del fare. Una pratica fondata sull’idea che creare significhi prendersi cura, che la bellezza sia attenzione radicale e paziente ai corpi, alle forme, al tempo che le attraversa e le custodisce.

Valentino è stato per me una figura mitologica, una presenza fondativa, un riferimento ineludibile che continua ad agire come origine e come misura. Un mito non appartiene al passato: inaugura un linguaggio, dischiude un mondo, rende abitabile uno spazio ricco di senso. La sua potenza sta nella capacità di oltrepassare la contingenza del tempo storico senza consumarsi, di sottrarsi all’ordinario per farsi principio ordinatore. In Valentino, il mito ha trovato una forma concreta: un’idea di bellezza generativa, che continua a parlare nel presente, oltre l’avvicendarsi delle stagioni.

sfilata Valentino Haute Couture

Un look della sfilata Valentino Haute Couture primavera estate 2026

Vogue Runway

Essere chiamato a custodire temporaneamente questo suo lascito mi interpella profondamente. Entrare in una storia così grande, per il tempo che mi sarà dato, significa riconoscersi come parte di una continuità che precede e supera il singolo. Significa essere l’anello di una catena in cui ciò che viene trasmesso acquista valore proprio perché non è trattenuto, ma affidato ad un movimento che lo eccede. La temporaneità non indebolisce questo gesto di cura; al contrario, ne costituisce la condizione etica. È nel riconoscimento della propria provvisorietà che la cura evita di trasformarsi in appropriazione, consentendo a ciò che riceviamo in custodia di mantenersi vivo, disponibile a nuove interpretazioni, aperto a ulteriori possibilità di senso.

Questo gesto non inizia con me. Il mio pensiero va a chi mi ha preceduto, a Maria Grazia e a Pierpaolo, con una riconoscenza profonda per il lavoro prezioso che hanno svolto e che ha permesso a questo lascito di attraversare il tempo senza perdere la propria vitalità. Abbiamo sguardi, voci, linguaggi e sensibilità diverse. Ma condividiamo un medesimo orizzonte di responsabilità: siamo parte di una stessa genealogia della trasmissione, in cui ciascuno è chiamato ad accompagnare un’eredità senza chiuderla, permettendole di continuare a generare senso oltre il tempo di chi la attraversa.

Questa genealogia non riguarda soltanto chi, nel tempo, ha assunto la responsabilità della direzione creativa della Maison. È più ampia, più profonda. È fatta delle persone che hanno accompagnato ogni giorno il lavoro di Valentino: première, sarte, artigiani, modellisti, ricamatori, designer, tessutai. Una comunità di figure spesso invisibili, capaci di trasmettere una sapienza sottile che attraversa il tempo. Ancora oggi, nelle loro mani vive una conoscenza che non si lascia archiviare. È qui che l’eredità di Valentino prende forma e si rinnova, non come memoria da conservare, ma come pratica viva capace di dare forma a sempre nuove promesse di bellezza. In questo momento di dolore mi stringo a questa comunità di creature straordinarie che hanno imparato da Valentino l’arte del rigore, l’attenzione assoluta al dettaglio, il rispetto profondo per la singolarità dei corpi. Le ringrazio per la loro dedizione senza proclami e per la cura silenziosa con cui questa storia continua a essere abitata.

Sfilata Valentino Haute Couture

Un look della sfilata Valentino Haute Couture primavera estate 2026

Vogue Runway

Infine, il mio pensiero va a Giancarlo Giammetti. Senza di lui questa storia non avrebbe potuto prendere la forma che conosciamo. La sua è stata una presenza decisiva nel riconoscere, proteggere e rendere possibile nel tempo la visione di Valentino, nel darle struttura e continuità. Se il mito di Valentino ha potuto definirsi e consolidarsi è anche grazie alla sua intelligenza, alla sua cura e alla capacità di trasformare un gesto creativo in un mondo condiviso. A lui va la mia riconoscenza, per aver contribuito a costruire non solo una Maison, ma le condizioni perché quella bellezza potesse durare e trasmettersi.

Oggi l’assenza di Valentino è reale, tangibile, apre un vuoto profondo, doloroso. Eppure la sua presenza continua a farsi sentire. Nei luoghi che ha abitato, nei gesti che ha insegnato, nel modo in cui il suo lavoro viene sapientemente trasmesso. È una presenza che continua a operare nel presente, incarnando un’idea alta di ciò che la moda può essere quando sceglie la grazia, il rigore e la durata. La sua scomparsa non interrompe il movimento che ha innescato. Piuttosto ci chiede di essere all’altezza di ciò che resta. È dentro questo spazio che continuiamo a lavorare: non per colmare un’assenza, ma per custodirla. Perché è solo accettando quel vuoto, senza pensare di riempirlo, che l’eredità di Valentino può continuare a essere ciò che è sempre stata: un’idea di bellezza intesa come forma alta di responsabilità verso il tempo, i corpi e il mondo che ci è dato attraversare.

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Questo articolo è stato pubblicato originariamente su American Vogue.